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ISTRUZIONI PER CHI OPERA

Continua la  consuetudine della celebrazione della santa messa domenicale, diffusa e resa interattiva grazie alla piattaforma Google meet.

Una rinnovata occasione di condivisione della vita comunitaria anche in tempi difficili, come quelli che stiamo vivendo e che ci permette di tenerci sempre attivi, svegli, come peraltro ci sollecita a fare proprio il brano evangelico di oggi.

La riflessione di don Nicola oggi ha posto al centro la necessità di essere testimoni  per essere operatori credibili.

 

Guarda la registrazione integrale  della Messa, sul canale youtube, della celebrazione del Centro la Tenda

Il lavoro di un operatore è soprattutto nella sua testimonianza, che lo rende vero. 
E lavorare dando testimonianza non è semplice. 
Le letture di oggi ci aiutano proprio a capire il senso del nostro impegno che non è e non deve diventare un mestiere. È necessario Guardarsi dentro, entrare nell’intimità con noi stessi perché solo chi ha fatto esperienza, conoscenza del vero sé e della sofferenza che inesorabilmente sperimenta  nella propria vita può diventare un testimone attendibile, operare e risultare credibile.
Ma dove trovare la spinta?
Partiamo dall’esperienza del dolore.
Nella prima lettura Giobbe evidenzia molto bene il momento della esasperazione, della difficoltà estrema,  della fine dell’illusione,  il momento in cui la vita diventa faticosa, la notte “degli affanni” si fa più lunga e  la speranza sembra venir meno. 
Ebbene, è proprio in un momento come questo che qualcosa  nasce dentro di noi.
Infatti è  proprio quando si affrontano  queste prove che si diventa testimoni.
È allora 
Si smette allora di essere  mestieranti e si diventa necessariamente testimoni. (“Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io”, afferma S.Paolo nella seconda Lettura). E il premio vero non è una paga ma la testimonianza, la partecipazione al Vangelo nella propria esperienza.
Cristo ci “costringe”  a non ingannarci e ci aiuta ad evitare il rischio  di accomodarci nel limbo della nostra tendenza all’inerzia che ci condannerebbe per sempre. Ci invita, invece,  ad arrenderci all’amore.
Di fatto, la verità si impone sempre e, sebbene sia talvolta difficile, scomoda, ci preserva dal rischio di coltivare un falso appagamento, e di accomodarci nel mezzo.
Difatti, nel Vangelo di oggi, quando Gesù era dentro la sinagoga, emerge che nella stessa sinagoga c’era una divisione di matrice diabolica.  
Gesù se ne allontana  e trova la casa di Simone. 
La sinagoga era, in realtà, il ruolo delle regole formali, e rispetto ad essa la casa di Simone rappresenta il superamento della vicinanza solo formale. 
Nella casa di Simone, Cristo incontra la vita vera, fatta  di sofferenza, di dolore ma anche di tenerezza, di sensibilità, di generosità. Dentro la casa c’è una donna malata, c’è il malessere , c’è un senso di morte ma è proprio lì che il figlio di Dio  entra e ci  invita ad entrare. La “casa” infatti, a differenza della sinagoga, rappresenta il luogo dell’affetto, dell’incontro vero. 
Lo evidenzia subito l’incontro tra le mani di Cristo e quelle della suocera di Simone. Sottolineando una relazione fatta di tenerezza e sensibilità autentica.
E così l’ammalata non solo guarisce ma è già pronta a “servire”, a dedicarsi all’altro. Il contesto cambia colore, assume vita e la casa si riempie di gioia, si espande.
Anche noi quando incontriamo i nostri limiti, paradossalmente ci espandiamo, diventiamo più grandi.
In effetti, anche quando stiamo male, ci fa notare don Nicola, noi tendiamo a colludere con quanti, presumibilmente, stanno male come noi e a cercare l’alleato con cui condividere il  malessere. Ma dovremmo piuttosto fermarci per capire cosa c’è dentro di noi e contattare anche la sofferenza che vi si nasconde. 
Difatti, Cristo ci indica la strada del deserto per fermarsi, ascoltarsi e ripartire da se stessi. Per capire cosa sta succedendo nella nostra intimità, alla radice del nostro malessere personale.
Così,  anche la  comunità può diventare il luogo ideale in cui ritrovarsi.
Come Cristo se ne va dalla sinagoga  e incontra le persone fuori dal luogo “istituzionale”, non autentico , dove c’è solo l’osservanza formale delle regole, anche noi abbiamo bisogno di luoghi veri.
Cosicché, dopo il momento della solitudine, dello sconforto, ma anche dopo il  momento del successo sottolineato  dall’acclamazione popolare,  Cristo sceglie di andare avanti, incontro ad altre prove, ad altre difficoltà.
In realtà si diventa grandi non già quando ci si compiace del momentaneo successo raggiunto, bensì  quando si riconoscono i propri limiti, magari ripartendo dalla
 malattia, o dalla  ferita interna, sempre presente nella nostra vita, che  è in fondo preziosa, se può insegnarci tanto.

 

 

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