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A PROPOSITO DELLA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

A corredo delle testimonianze degli ospiti delle nostre Comunità Terapeutiche riportiamo di seguito le riflessioni di tre autorevoli teologi sul tema della morte e, in particolare, sul significato che essa assume nella prospettiva cristiana.

La prima di Giancarlo Pani è desunta dalla Rivista Civiltà Cattolica (n.4137 del novembre di qi quest'anno), la seconda proposta dal Teologo e autorevole predicatore Ermes Ronchi 

LA MEMORIA DEI DEFUNTI
Giancarlo Pani 

Non è certamente un caso che, dopo la solennità di Tutti i santi, la Chiesa ci proponga, il 2 novembre, la Commemorazione dei fedeli defunti: una preghiera universale perché i nostri cari, incorporati con il battesimo a Cristo, raggiungano la piena comunione con il Signore risorto.
La Commemorazione tuttavia non attraversa in modo indolore la nostra vita; ci pone davanti al vuoto per l’assenza delle persone amate: i genitori, i coniugi, i figli, i fratelli, gli amici. La memoria dei nostri cari è velata dalle lacrime: il pianto fa parte della vita. Anche Gesù ha pianto di fronte allatomba dell’amico Lazzaro: «Quando vide Marta piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e […] scoppiò in pianto» (Gv 11,33-35). Scriveva dalla prigione Dietrich Bonhoeffer: «Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona cara; non c’è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tener duro e sopportare; ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché, finché il vuoto resta aperto, si rimane legati l’uno all’altro per suo mezzo. È falso dire che Dio riempie il vuoto; egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore» 1 . E il dolore patito ci pone di fronte alla realtà della morte, di ogni morte, anche della nostra. La si vorrebbe allontanare, mentre invece si facompagna di vita. Il mistero della morte: che cosa sa il cristiano della morte? La domanda ci lascia pensosi e turbati.
Certo, il cristiano sa quello che tutti sanno: «La morte è un passaggio doloroso e annientante. […] È la massima violenza che possa esserci fatta; una sconfitta, uno scacco senza rimedio, una contraddizione profonda di quanto siamo chiamati ad essere e a vivere. Qualcosa che viene da fuori, e non propriamente dal volere di Dio. Dio è il Signore della vita: la morte non è cosa sua, non gli
appartiene, non ha origine in lui» 2 .
Non siamo creati per la morte, anche se il «morire» – come talora si dice – è l’unica certezza della vita. Eppure, dal nostro cuore sgorga prepotente il desiderio di permanenza, di felicità, di comunione, di amore, d’infinito. Siamo fatti per la vita e intimamente convinti che i valori della vita siano così forti da durare per sempre.
La rivelazione, sebbene sull’argomento sia davvero sobria e non indulga in alcun modo a fantasie di sorta, lo conferma. Alla fine del I secolo a.C., il libro della Sapienza proclama: «Dio non ha fatto il morire / non si compiace di annientare i viventi / tutto è creato perché sussista / Iddio creò l’uomo/ per l’incorruttibilità / e dell’eternità propria / lo fece immagine /però l’invidia del Diavolo /
introdusse nel mondo / il morire e lo sapranno per prova / quanti parteggiano per lui» (Sap 1,13-14; 2,23-24). Il testo allude al racconto della disobbedienza dell’uomo, all’inizio della Bibbia: un evento sul quale gli autori sacri non sono più tornati se non appunto nel libro della Sapienza, a ridosso della venuta del Signore. Con accenti assolutamente nuovi, si afferma che l’uomo non è
fatto per morire; si dà però una connessione immediata tra la morte, il peccato e il demoniaco. In una storia originariamente orientata al bene e alla luce è accaduto qualcosa di oscuro che ha stravolto il progetto di Dio sull’uomo. Di conseguenza, la morte non può venire da Dio – lo si riafferma –, perché Dio è il Dio della vita. Il testo rivela così anche i contrasti di fondo dell’esistenza umana: siamo fatti di carne, e quindi siamo destinati a crescere, a giungere al pieno sviluppo, e poi a decadere e a finire. Una fine, il «morire», che contraddice la dignità dell’uomo e il suo valore spirituale. L’uomo è mistero a séstesso.
Di fronte a tanta desolazione l’uomo è chiamato a interrogarsi sul senso della vita e insieme sul senso della fine. Il credente, pur illuminato dalla speranza della risurrezione, nulla sa di quanto lo aspetta, una volta varcata la soglia dell’aldilà. Un’unica certezza lo sostiene, espressa con grande efficacia da Giovanni della Croce: «Cosa succederà dall’altra parte / quando per me tutto sarà volto
verso l’eternità, / io non lo so. /Io credo; / credo soltanto che un Amore mi attende. / So soltanto che allora, povero e senza pesi, / dovrò fare il bilancio della mia vita. / Ma non dispero, perché io credo,/ credo proprio che un Amore mi attende» 3 . La fede in questo Amore non può non orientare il nostro vivere all’amore, alla sequela di Gesù, che nell’amore è vissuto e per amore ha affrontato la morte.
Per entrare nella vita che il Signore ci dona bisogna attraversare «il morire»: come lui e insieme a lui. Gesù condivide la nostra stessa sorte e muore come noi, anche se la sua morte è diversa: per noi essa è la conseguenza della creaturalità e del peccato, per lui invece è un «consegnarsi»Gal 2,20; Ef 5,2), un «donarsi» per la nostra salvezza (cfr Gv 19,30). Perché nessuno vada perduto di quelli che il Padre gli ha affidato e lo risusciti nell’ultimo giorno (cfr Gv 6,39).
In questa prospettiva, la Chiesa ci invita a pregare per i defunti. In ogni celebrazione della Messa la Chiesa invoca il perdono divino per «tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e, nella misericordia del Signore, per tutti i defunti perché siano ammessi alla luce del suo volto» 4 . Dal X secolo in poi la preghiera s’innalza proprio all’indomani della festa di Tutti i santi: nella solenne celebrazione il sacerdote ricorda, oltre coloro per cui è offerta la Messa, tutti i defunti di cui il Signore ha conosciuto la fede. In questo modo ci invita a pregare per i nostri cari e per coloro a cui nessuno pensa o per cui nessuno prega.
La comunione con i defunti e i riti funebri ci riportano a tempi preistorici: l’uomo ha onorato i propri cari con il culto dei morti e ha cercato il contatto con loro. Anche nell’Antico Testamento gli atti di culto manifestano il dolore dei vivi (cfr 2 Sam 3,31-33), documentano il rito del seppellimento (cfr 1 Sam 31,12-13; Tb 2,4-8) e la cura dei sepolcri (cfr Gen 23; 49,29-31); non ricevere la sepoltura è una maledizione (cfr Dt 21,23; Tb 2,4; Ger 16,4).
Diversi testi nell’Antico Testamento fondano la speranza di vedere Dio dopo la morte. Il primo accenno è nel martirio dei sette fratelli che proclamano la risurrezione davanti ai loro aguzzini, essendo stati condannati perché non volevano cibarsi di carni proibite: «Tu ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna» (2 Mac 7,9; cfrvv.11.14.23.36, e Dn 12,2-3). Nello stesso tempo, Giuda Maccabeo fa offrire un sacrificio per i morti, perché siano perdonati i loro peccati (cfr 2 Mac 12,45): egliinaugura così la preghiera per i defunti, l’intercessione per i nostri cari, una comunione che ci
unisce a loro e a Dio.
Il Nuovo Testamento afferma che l’incontro con Dio comporta un giudizio finale sulla persona e sulla storia, dove il giudice è Gesù e la norma del giudizio è il rapporto personale con lui. Nella parabola del giudizio del Vangelo di Matteo il Signore dichiara: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Si tratta degli affamati, degli
assetati, degli esclusi, dei malati, dei carcerati, di quanti hanno bisogno di aiuto: ogni «fratello più piccolo» rappresenta il volto del Signore.
Nella celebrazione della Messa e nell’«Ave Maria» preghiamo perché l’ora della nostra morte ci trovi nella condizione di ricevere il perdono divino e di accogliere l’amore di Colui che si è fatto uomo per salvarci ed è morto e risorto per noi. L’ultima parola della vita, e della nostra storia, non è dunque la morte, ma un’esistenza nuova, da risorti, nella comunione con il Signore Gesù.
1. D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e appunti dal carcere, Milano, Bompiani, 1969, 169.
2. S. Corradino, «Il tema della morte alla fine dell’Antico Testamento», in AA. VV., La laicità
difficile, Brescia, Morcelliana, 1991, 66 s.
3. Giovanni della Croce, s., «Un Amore mi attende...», in S. Molina - P. Racca (edd.), Come il fiore
del campo. Raccolta di preghiere e testi cari a Michele Do, Alba, Il Campo, 2021, 121.
4. Canone II della Messa

 


Di seguito la riflessione di Ermes Ronchi,  uno dei più autorevoli e ascoltati teologi della Chiesa Cattolica. 

2 NOVEMBRE COMMEMORAZIONE DI TUTI I FEDELIDEFUNTI

La liturgia non ha pianti, perché ciò di cui fa memoria non è la morte, ma la risurrezio­ne. La liturgia non ha la­crime, se non asciugate dalla mano di Dio; essa in­fatti non pronuncia paro­le sulla fine ma sulla vita. «Se tu fossi stato qui mio fratello Lazzaro non sa­rebbe morto». Marta ha fede in Gesù, eppure si sbaglia. Così noi ripetia­mo le sue parole e il suo errore: in questa malattia del mio familiare, dov’è Dio? Se Dio esiste, perché questa morte innocente? Se Tu sei qui, i miei cari non moriranno… Invece Dio è qui, sempre, ma non come esenzione dalla morte. 
Gesù non ha mai promesso che i suoi ami­ci non sarebbero morti. Per lui il bene più grande non è una vita lunga, un infinito sopravvivere; l’es­senziale non sta nel non morire, ma nel vivere già una vita risorta
L’eternità è già entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede (chiun­que crede in Lui ha la vita eterna), entra con i gesti del quotidiano amore. Il Signore ci insegna ad ave­re più paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che pas­seremo aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere.

Chi ci separerà dall’amo­re di Cristo? Né angeli né demoni, né vita né morte, nulla ci potrà mai separa­re dall’amore ( Rm 8,35­37). Questo mi basta. Se Dio è amore, mi vendi­cherà della mia morte. La sua vendetta è la risurre­zione, un amore mai più separato.
Dio salva, questo è il suo nome. Salvare significa conservare. Per sua preci­sa volontà nulla andrà perduto, non un affetto, non un bicchiere d’acqua fresca, neanche il più pic­colo filo d’erba.

Una preghiera per i de­funti, forse la più bella, in­voca: ammettili a godere la luce del tuo volto. I ver­bi della fede cedono ad un verbo umile e forte, iner­me ed umanissimo: gode­re. La ragione cede alla gioia, la fede al godimen­to. L’eternità fiorisce nei verbi della gioia. Perché Dio non è risposta al no­stro bisogno di spiegazio­ni, ma al nostro bisogno di felicità, lo è per i miei sen­si, lo spirito, gli affetti e il cuore, per la totalità della mia persona.

La nostra esperienza so­stiene che tutto va dalla vi­ta verso la morte. La fede cristiana dichiara invece che l’esistenza dell’uomo va da morte a vita. Dal santuario di Dio che è la terra e dove nessun uomo può restare a vivere, le porte della morte condu­cono verso l’esterno. Ma su che cosa si aprono i battenti di questa porta? Non lo sai? Sulla vita!


Infine  riportiamo una riflessione di Ignazio Sanna,  arcivescovo emerito di Oristano e presidente emerito della Pontificia Accademia di Teologia (Path)

"IO VOGLIO CHE TU NON MUOIA MAI"

Il contributo più completo di Karl Rahner (1904-1984) alla comprensione del morire cristiano è contenuto in due saggi “classici”: Sulla teologia della morte (1958) e Il morire cristiano (1976). Con questa breve nota, vorrei richiamare l’attenzione su un ruolo particolare che egli attribuisce all’esperienza della morte. In un articolo sulle vie di accesso per comprendere il mistero umano-divino di Gesù, infatti, egli considera l’esperienza della morte una di queste vie, accanto alla via dell’amore del prossimo e a quella della speranza in un futuro assoluto.

Nel collegare la via dell’esperienza della morte a quella dell’amore del prossimo, egli riflette sul fatto che l’assolutezza di un tale amore è messa in discussione proprio dall’eventualità della morte della persona amata. Infatti, come scrive Gabriel Marcel, dire ad una persona: io ti amo, equivale a dirgli: io voglio che tu non muoia mai, che tu viva sempre. Perché, allora, questa assolutezza e definitività dell’amore non sia messa in discussione occorre affermare l’esistenza di una persona, che garantisca di vivere in eterno. Cioè, l’esperienza della morte richiede che la persona amata viva in eterno. Gesù è la persona amata che vive in eterno.

L’esperienza della morte, però, mette in discussione anche la vita e l’esistenza della persona che ama. La precarietà della vita e la certezza e inevitabilità della morte afferiscono in modo uguale sia la persona che ama che la persona che è amata. Ci può essere, allora, nella storia e nella vita di chi ama, la speranza concreta che la morte non annulli definitivamente l’amore, ma lo faccia sbocciare nella beata assolutezza dell’amore di Dio e nella sua eternità?

Per Rahner, la risposta è affermativa. Questa speranza esiste, se esiste un uomo la cui “risurrezione”, intesa come compimento assoluto della vita, possa essere sperimentata nella fede come adempimento della nostra morte comune. Se esiste, cioè, un uomo che testimoni e documenti che la morte non è l’ultima parola del destino umano, ma solo la penultima; che documenti che la promessa di Dio è realtà e che quindi si costituisca come un portatore escatologico della salvezza.

Ora, questa speranza cristiana non può fondarsi sul possesso di sicurezze materiali, stigmatizzato dalle parole di Gesù nella parabola del ricco che accumula beni senza posa (Luca, 12, 20). La speranza cristiana, per converso, si fonda sulla certezza che quando non ci saremo più ci saremo ancora di più, e che la morte non è la scomparsa nel nulla, ma l’incontro definitivo con il Dio della vita. Essa viene alimentata dalla preghiera che mantiene viva nel nostro cuore e nel nostro affetto la presenza delle persone cha amiamo.

Il morire, per noi cristiani, trova il suo ultimo senso nella persona di Gesù. La Sacra Scrittura, infatti, ci assicura che “non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Ebrei 4, 15). I Vangeli riferiscono tre interventi miracolosi su altrettante persone morte: la figlia di Giairo (Marco, 5, 35-43), il figlio della vedova di Naim (Luca, 7, 11-17), l’amico Lazzaro di Betania (Giovanni, 11).

Davanti a questi morti, Gesù mostra una grande compassione umana che sfocia nel pianto per la perdita dell’amico, ma, allo stesso tempo, si manifesta come il Figlio di Dio. È vero, infatti, che i morti che richiama in vita non risorgono definitivamente, perché la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Naim e Lazzaro moriranno di nuovo. Però, Gesù, richiamandoli in vita, anche se temporaneamente, rivela in maniera reale ed efficace il destino ultimo dell’umanità, ossia la risurrezione per la vita eterna in Dio. I miracoli di Gesù, secondo l’evangelista San Giovanni, sono “segni” che rivelano la sua natura divina, e, in questo caso, il suo potere sulla morte fisica.

Tuttavia Gesù, pur essendo di natura divina, soffre davanti alla morte e l’affronta in tutta la sua drammaticità. San Marco scrive che nell’Orto degli Ulivi, Egli «cominciò a sentire paura e angoscia. Disse a Pietro, Giovanni e Giacomo: La mia anima è triste fino alla morte» (Marco 14, 33-34); «pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora» (Marco 14, 35-36). In altri termini, Gesù, provando l’esperienza della morte, col peso della sua umanità ne conferma la dimensione di oscurità e di dolore. Ma, allo stesso tempo, con la potenza della sua divinità la irradia con la luce dell’eternità. Il Venerdì Santo della crocifissione e il Sabato Santo della sepoltura, segni decisivi dell’Incarnazione, si aprono alla Domenica di Pasqua, che è l’alba d’un giorno senza tramonto, l’ingresso nella dimora della città eterna.

Per noi cristiani, la luce della fede illumina il pellegrinaggio terreno soprattutto nel momento della prova e il suo momento più forte è sicuramente la morte d’un nostro genitore, familiare, amico. Quando sentiamo dai media le notizie di morti in Ucraina, di morti di Covid-19, di morti in incidenti stradali, in catastrofi naturali, in episodi inspiegabili di violenza omicida, commentiamo: “si muore”, parlando in forma impersonale. Quando, però, muore nostro padre, nostra madre, un nostro amico, la percezione del mistero e del dolore cambia radicalmente, perché siamo coinvolti in prima persona.

Ma, proprio quando il lutto entra nelle nostre case dobbiamo dimostrare che la visione cristiana della vita e della morte motiva e orienta il nostro comportamento. Se la morte sopraggiunge alla fine d’una esistenza carica di anni e di gratificazioni, è facile considerarla come una conseguenza della natura umana e accettarla come il destino inevitabile. Se, invece, la morte colpisce i nostri affetti con la scomparsa prematura di familiari o amici, o peggio, ad opera della crudeltà e della malvagità dell’uomo, allora scatta la protesta e la ribellione interiore.